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“Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile”. “But sometimes loneliness is something dreadful, silence is unbearable”. [Alda Merini] “L’altra verità – Diario di una diversa” “È come se fossi diventata angelo e volassi verso cieli più azzurri. Ma questi cieli soffocano il corpo, lo uccidono. E allora, a chi dobbiamo dare ragione, all’anima o al corpo? Ah corpo che duoli, che sei sostanzialmente solo pur circondandoti di molte amicizie! Sei forse tu che mi porti a vaneggiare? O forse, la forza segreta dei miei impulsi spirituali? Oh sì. Contro la pazzia nemmeno Dio può nulla”. “Si parla spesso di solitudine, fuori, perché si conosce solo un nostro tipo di solitudine. Ma nulla è così feroce come la solitudine del manicomio”. “In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico, l’acquiescenza di un pagliericcio su cui sbava l’altra malata vicina, che sta più su. Una solitudine da malati, da colpevoli. E la tua vestaglia ti diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perché loro solo conoscono la tua vera esistenza, il tuo vero modo di vivere”. “Insomma, forse questi sono luoghi triti, ma sono convinta, serenamente convinta, che se non fosse per la psicoanalisi, io in quel luogo orrendo ci sarei morta”. “E io, non so, ma mi sono domandata spesso come mai le malate di mente debbano avere volti così brutti e così inauditi, e se siano i farmaci a procurare quelle sembianze, della qual cosa sono sicura”. “Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a galla e così ci troviamo ad essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più essere umani”. “E così tornai a incontrare le margheritine, le violette. Dio! come baciai quell’erba la prima volta che la vidi! Credo che la mangiai di baci. Credo che me ne riempissi lo stomaco. Avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri? Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile”. “Io scrivo questo libro non tanto per il piacere di dare libero sfogo alle mie memorie, quanto per dichiarare apertamente che, se ancora oggi mi porto dietro un simile bagaglio di scontento e di amarezza, tutto ciò lo devo proprio a quella lunga, reiterata degenza, che ha fatto di me poco più di un manichino senza volontà, continuamente perplessa sui propri valori morali e sociali”. “Qual è la morale di questo piccolo libro? Molte, moltissime potrebbero essere le morali. Ma, forse, una sola è valida. L’uomo è socialmente cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione”.